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addiario

Pensieri d'ad_dio dis_pensati da un ossimorico oximor (un massimo minuscolo…)

Ripetuto fino all’ossessione non esistere nessuna VERITÀ essendo, più coinvolti che immersi, in una strana (quasi nulla condivisa) convenzione che chiamiamo REALTÀ, e che dunque parlare di falso e di autentico implica una qualche contraddizione… Tuttavia in quelle infinitesima condivisa bolla, ci sta una quantistica porzione d’assoluto, espresso almeno in calcolo di probabilità… Insomma, premesso quel che si doveva (relativismo assoluto, mica finferi) il falso e l’inautentico esistono eccome. Stanno o non stanno tra le pieghe del comune agire, tra gli imbarazzi (veri se riferiti a una coscienza e non ad una pur fascinosa piuma trasportata del vento) di una parvenza di coerenza di pensiero, stanno o non stanno in una “costruzione” del dolore che non si ferma ad una ferina sensazione, stanno o non stanno in un senso (o comunque una sua ricerca) che ogni “sguardo consapevole” comporta. Stanno o non stanno nella vita bella e maledetta di ogni disgraziato essere che su essa non può non riflettere….
Cose così, insomma. Giusto per esprimere quel po’ di irritazione e d’irrisione verso un mondo perfetto: quello che parimenti inneggia all’amore e all’odio con la tranquillità propria degli sterminatori e degli idioti. Giusto per riaffermare che, puoi sottrartene finché vuoi alla macchina infernale che tutto e tutti livella alle sue necessarie funzionalità. Giusto per dire, che, riconosciuta la grande immensa straordinarietà dei tempi che viviamo ci sta sempre un fessbùk (per dirne d’uno) a riportarci nell’alveo del NOSTRO consueto cretinismo, nella quotidiana BANALITÀ del male, alla nostra umanissima piccolitudine.
Per dire che in questa ordinaria infamia il grido si fa gridolino… l’urlo si fa urletto…
Fino… fino a qui… appunto

 

Un “ancora” (un’ancora) di tempo accaduto e forse scaduto e di luoghi privati di tempo e di spazio. Lo strazio di mia solitudine. Il dolce sopravvenuto languore dell’abitudine. Di candide rose d’appunti e corone di spine.  Due gocciole appena. Sangue o rugiada o pianto o rimpianto. Chi sa? Ma è quel che sarà. Per semplice moto di stelle e pianeti e pallide lune un po’storte, assorte, contorte, distorte e ritorte. Di ritorsioni veniali affidate al ghiribizzo del cielo e degli ordinari abbandoni. Lo spirito è incerto nel nostro non più sconcio sconcerto. Vivemmo quasi felici per un momento. Per un momento morimmo persuasi, acquietati, sedati. I nostri sensi ammansiti si ritrovarono persi e irrisolti e pur quasi appagati dal nulla innocente del quale, per noia e delizia, per mesta gioia e malizia, li rivestimmo. Schiavo e padrone che, di sé, ognuno pur è. Arbitrio negato oppure emendato da cupa morale e da pregiudizio. Il vizio di perdersi. Il dono negato. Il segreto giardino dei giorni appassiti in estasi di consolate illusioni. La nuda apparenza. L’ancor più nuda sostanza. Il cazzo e la fica dei corpi allo sbando. Le anime prive d’età. Il tocco osceno e solenne, tributo d’affetto di un tramonto all’aurora, raggio di sole ad un gelido inverno, tepore e ristoro e finalmente riposo dopo un viaggio in un cuore di tenebra, si fa riservato, inibito, pudico, spaurito. Se pur, volenti e nolenti, siamo e restiamo quello che siamo. Le nostre finzioni, le nostre emozioni, le nostre immaginate e pur provate entità. Essenze di pura/impura realtà. Di umana follia vissuta tra vita e sogno di vita. Di premesse e promesse acconciate a quello che il caso ci rese. Il solito schermo, il solito scherno che riserva il sonno alla veglia, la notte al mattino, la partenza di un viaggio al ritorno. E il dolore. E i tagli nel cuore. E i tagli del cuore. Di sguardo e rispettoso riguardo. Prospettica assurda e duro il futuro nel presente incombente e pur divertente (dis- togliere e divergere e vergere e vergare e verga e vergine e virgulto e virgola e tutto il verde d’intorno…). Di verità e pietosa menzogna. D’abissi da mai confidare e luci accecanti di vulnerabile orgoglio. Visioni e illusioni. Ognuno contando i suoi giorni a venire. Ognuno nel chiuso delle sue laceranti ferite. Di pene dell’anima da condannare e mai condonare. D’incerti passi nel vuoto che ne verrà. Che ne è già venuto. Già stato. Già tutto accaduto. In un ciclo infinito di vite, progetti, ricordi, rimpianti. Perse memorie. Fibrillanti deliri d’odio ed amore, di tenerezza agghindati e immotivato rancore. Da troppa adiacenza si accede, per strade consuete di bassa infinita noiosa pianura, a conoscenza letale. Di lontananza si muore per consunzione. Noi siamo quello che siamo. Non siamo quello che siamo. Né mai lo saremo. Noi siamo i nostri giocattoli rotti. Gli interrotti appuntiti pensieri abbandonati nella cantina dei desideri di visibili stelle già spente. Siamo il divario che sta tra l’infantile disegno e la constatata amara realtà. Serena disperazione tra volontà e inazione. Tra delirio dei sensi e parole addolcite da agognata carezza e crudele. Ah, tenerezza! Infinito contrito da vana fugacità. Ché mai si fugge – e se si fugge è indarno, ah gli arcaici arcaismi per amor di fonemi – da sé, se non verso un inverso universo d’illividita utopia. Cantando tristi allegre canzoni. Tra distrazioni, sarcasmo e ironia. E mentale  atrofia. Distratti di vita e da vita che siamo. Che siamo. Che, sì, amo. Che uccida l’amore! Ché, uccide l’amore che uccide l’amore che uccide.   

E a perdere. A perderli. A non trovarli mai più. Eppure trovarli quei vuoti. Di cuore di mente e di anima or_mai derelitta. Abbandonando il relitto al suo mare. Cercando e trovando per l’attimo breve di un sogno all’incanto, venduto per un pugno di lacerate illusioni. Quel che ne resta. Che ne resterà. Che ne resterà di quei vuoti “momenti perfetti”, quando le perse solitudini, cercando rimedio a quei vuoti, nelle notti ululanti di rancori aggrumati da un infame mondo e banale, trovarono il conforto dall’inverno ed inferno del loro scontento? Di gelido sangue e del tepore veniale che le menti allo sbando trovarono in quell’insano provvisorio rifugio? Ancora, di quel rosso di sangue scritto sulle bacheche del nulla? Teneramente accucciati e silenti. Colpevoli (e forse mai consapevoli) di un atroce delitto: il perdono. Il perdono di sé. La comprensione di sé. Reietti del mondo che fummo, per nostra malinconica grazia di carne e d’affetto. Per nostra sofferta inquietudine. Per morta abitudine. Per giochi di bimbi nascosti da inconsulti livori. Gli ardori del sangue che scorre. La vena ormai rattrappita. L’impossibilità della mano tremante e maldestra a dar nuova linfa ai morenti. Coltello tra i denti, osmotiche penetrazioni, i dolci momenti interrotti da fughe di violazioni. L’io è un mostro che cerca prede per timore di sazietà. È una maschera cruda e irridente per somma di umanità. Un pesante fardello di certa affaticata vecchiezza e pur tenera età. È il disegno di vita che scarta la vita per orgoglio e sussiego. Si sposta di lato. Oltre l’angolo della visione. Come si scarta il dolce confetto intriso d’affetto dolce e intristito. E …  il tutto (di quel niente) si butta; accelerando il passo e il cammino. Per mete di quasi felicità. Per un ignoto oltre già noto. E oltre sta il plumbeo cielo. Le nuvole. Il sole. La pioggia di lacrime amare. La brezza leggera di un ansito. Dolore o piacere sia stato. Negato. Annegato tra i flutti delle tempeste dei cuori. Il sangue che pulsa. In tempie dai complicati pensieri che si sacrificano ai tempi. O nel basso ventre che richiama furore. Nei polsi costretti da rabbia e candore. Il tempo che viene che crudelmente rifiuta passato presente e futuro. Intimorito (intimo rito mai confidato), quel tempo già ri_fiutato, dalla luce che si staglia tra tenebre. Da quelle tenebre stesse che sono altra faccia d’amore e dolore. Giorno e notte. Mente (mentitrice per sua stessa essenza e forma di natura dolce e crudele) e cuore. Anima profonda e rosea tiepida carne. Nervi e sangue. Torbidi sonnolenti torpori e vivida libertà di fantasia. Il sapore della sconfitta. Con_fitta nel cuore. Il dolore della lacerazione del dardo infuocato nell’estasi di una incerta verità e pur maledetta. L’unica possibile ed accessibile. Tra sensi di colpa e colpi inferti e subiti in smisurato spudorato piacere dei sensi. Se un senso tutto questo, ed altro, l’avesse. Se un senso a quel vuoto … Se un senso a quei vuoti mai resi… Arresi, piuttosto. Arresi che tutti pur siamo ad un crudele destino. Che tutti pur siamo, fuscelli in questa tempesta,  in questo ululante vento del nord che non riconosce pietà. Che tutti pur siamo vuoti. Resi e mai resi al contempo. Che tutti pur siamo muti e mutili vuoti. Perduti e mai resi.

Fino in fondo. Al fondo. Tornando sui soliti passi. Orme. Giro del mondo. Dell’isola del naufragato. Il giro dell’isolato. Al fondo. Fino in fondo: un proposito, un fine (e una fine), una libidinosa promessa, una sconcia preghiera, un patto stabilito, una visione orografica, un limite (ma forse illimitato) temporale, un indefinito obbiettivo, un convergenza di intenti… Tutto, come sempre. Racchiuso nel ventre di una sacra ma poco immacolata (colata, piuttosto) concezione. Pensieri incolti. Rivoli di sudore. Noia e fatica. Ansimando e cercando… un altro Egitto. Sono quelle le riconosciute connessioni. Le infiltrazioni delle parole nella molteplicità del senso che ambiamo cogliere tra solitudine e dolore. Chiusi da un’unica mai rimarginata ferita intorno a quel pudico plurale che fa ri_ ferimento ad un unico consapevole cretino. Scrivente senza riconosciuta patria autorevolezza… scivolando in maternale materialità… mater materna… fino a quella incantata fraterna città. Ti ho qua, invisibile dolce memoria. Occhi socchiusi a respirare una brezza. Ti ho qui. In questa dannata calmata temperie fatta di ripide puntute armonie. S_con_fitta è quel segno. Circondato dagli ipocriti assedianti del perdono. Ognuno con la sua bella cattiva coscienza comprata all’incanto di una presunta amicizia. Intanto che s’inizia l’ennesimo consunto rivisitato consumato percorso. Trattando in angoli bui di miserie ed amori con loschi figuri stretti parenti di banali sentimenti. Premendosi le dita sulle labbra per meglio tenere il conto delle nostre impenitenze assurde e indecifrabili. Oh, certo… il minimo richiesto era (e resta) un po’ di cuore se non d’irraggiungibile ragione. Se di torto trattiamo. Se… in fondo. Appunto. A quell’ineludibile inizio. Per altri versi, sensato, anche se non troppo pensato. Considera la meta da raggiungere. Considera non approdare mai ad un’ultima consapevolezza. Considera l’intima tua indole naturaliter portata al disprezzo di quello che esiste. Tra rimpianto e dileggio. Tra tenerezza e irrisione. Tra il pollice e alluce complici di spietato sarcasmo. Violando le leggi del volo. Per riavere ognuno la sua caduta e riaversi per non morire di leggerezza o, peggio, di noia. Mettendo, dunque, in fila e in colonna. Sfidando gli “a capo”.  Per verso perverso. Perpetuando la luce che riporta fatalmente a quel buio. L’inizio e la fine. Fino in fondo.

Fino a quel fondo.

“…”

Apr 14

È di uno sporco mesto mestiere. Della sua incerta provenienza. Della sua lieta morte ove tutto trova un suo magico inebriante inizio (se l’inizio è pur sempre ridotto a fine, non vi è scampo, semmai un lieto pranzo, un frizzantino bianco, un qualche inchino, una intrepida risalita degli acidi a lambir l’esofago… brucior di stomaco… briciole di vanità… etc.., mi fermo qua… per ora… ). Senza prove, appunto. Giusto quell’indizio. Tutto si prende per buono. Anche quello da cui deriverà il gran male… il gran male nasce da un bene… (è per pudore immenso immerso in questo irrimediabile dolore che non lo chiameremo – chiameremmo – amore. Lancinante come il grido di chi desolatamente muore. Soli si muore. Per tacer di lune. Con qualche non trattenuto furore. Semmai il dissidio si dirime osservando chi si tace. Presumendo che chi si tace lo faccia da sconfitto… da chi riconosce il suo tragico fallimento… ed è in parte, solo i parte, pur così. Si tace per somma di disperazione. Per le perdutissime parole che si videro sommerse dalle urla sconnesse. Il tono alto ed implacabile stabilisce una pur malferma verità. Imprigionando l’altrui parola e vincolando questo annichilito silenzio… una parvenza di verità pure ne risulta… stabilendo odio e rancore e nessun accordo ad un reciproco ascolto…. Stabilisce uno stato delle cose. Ruoli. Ragioni. Punti di contatto e impossibilità degli stessi. Stabilisce e afferma  e ineluttabilmente fissa i codici e le modalità dei… conflitti. Altro era forse, direttamente o meno, concepibile?  Sanno – saprebbero -  mai parole darsi a un senso condiviso tra gli agguerriti (uno, agguerrito, l’altro solo vinto) contraenti?

È di uno sporco mestiere… È di determinazioni che ballonzolano sul travagliato oceano della vita. Genetica (oh, Genesi biblica ed assassinio primo e fratricida e dramma e infinita battaglia di sentimenti e sensazioni e fughe e libertà rubate e pur concesse e prese e superbia e invidia e vanità ed infinita guerra che ne seguirà…) e miscuglio di circostanze ed ereditate tare, e bivi e trivi da oltrepassare e ponti e fiumi da guadare e maledizioni tutte da seguire e da cui sfuggire e… quello che avviene… fino a quel che fummo. Prima di essere quel che siamo. Prima ancora di diventare quello sporco mesto mestiere… prima d’esserci… prima di quel ridicolo racconto…

E dunque? Assolversi? No. Nemmeno. Semplicemente quello che si può. Gli altri… i tuoi stronzi nemici, i ripugnanti antagonisti, birilli o umani siano. Semplicemente quello che si può. Uccidili. Sia tu dalla parte della ragione e del tuo marcio torto. Nessun’altri che te mai stabilirà. Non conta e per nessuno mai conterà. Uccidili. Fanne carne di porco. Cenere. Strumenti del tuo ego. Pietruzze della tua collana. Uccidili e vivi la vita che puoi. Non sta scritto che vi sia al fondo una morale. Non c’è pedagogia, morale ultima. La vita non è un film. Vince chi vince. Uccidili e vivi allegro/a o mesto/a o come ti verrà. Uccidili tutti e che non te ne resti più nessuno. Poi sarà quel che sarà. Quello che viene. Dolore o gioia o, finalmente liberazione. Tutto quello che verrà… che verrà… che verrà

Ma non giudicarli. Uccidi chi vuoi ma senza nessuno giudicare.

Giudicheresti te.

E la tua fine.

 

Aggiornamento: 25/07/2012

Evidentemente si ascolta e si assimila e tempo e demenze varie s’incaricano smerigliare il tutto: Sabato scorso m’è successo di leggere in calce ad un articolo su IL FOGLIO a  proposito delle intemperanze egolatriche del pm Ingroia una frase che in Apocalypse Now il Colonnello Kurtz rivolge al Capitano Willard: « Avete il diritto di uccidermi, ma non avete il diritto di giudicarmi »

Solo per dire che, se s’è rubato, non lo si è fatto apposta

;-)

 

Nesso FONDAMENTALE cercasi tra la vita e il dolore. Constatarlo, non bastando. Ove nel termine si alluda a ciò sui cui ci si appoggia, e forse a ciò che ci trascina a fondo. Che sia logicamente  deducibile, quella indubitabile connessione. Con le povere parole che ambirebbero a dare senso a tutto che nulla significa. Contemplando (comprese e visibili) storie banali di banali contorsioni. Fino al riconoscimento, da parte di alcuno,  e al corrispondente disconoscimento da parte di altri ( diversamente ma ugualmente interessati e coinvolti, tutti gli attori/spettatori della tragicommedia) nostra e devastata. Senza una visione d’insieme. Senza una (impossibile) terzietà (anche tecnica) che possa stabilire ragioni e torti in un qualche ambito di condivisa ragionevolezza. Se ha senso la chiacchiera intorno ad una qualche definita patologia (sofferenza)  e la distinzione spicciola tra la sua semplice manifestazione e il (quasi sempre patetico – ossessivamente, stessa radice, e ridài -) tentativo di una adeguata terapia. Il miraggio del lieto e piano dissolvimento del dolore. Tempo, se si tratta di un colpo, d’una piccola ferita, d’uno sconquasso distruttivo ma pur sempre indefinito, d’uno stato di straordinarietà. Tempo non bastante. Tempo ossessivo e ossessivamente ricorrente quando il dolore stesso ne sia lo stesso fondamento, appunto. Pratica ragione di dimenticanza e di angosciosa assillante forzosa ricordanza. Per ri-trovare e rinnovare le perse occasioni della COLPA UNIVERSALE di cui, secondo questa morbosissima vision, siamo pur tutti portatori in quanto nati. Una cella. Una calda comoda prigione che sottrae alla minacciosa, pur discutibile e discussa: RESPONSABILITÀ. Stato di eterna fanciullezza ove qualcuno provvederà a farsi carico delle noiose pratiche della vita quotidiana. Una comoda prigione per comode evasioni dal pensiero primo e ultimativo: il cazzo di VITA che ci è toccata: quell’ordinario impasto di carne ed abitudini e parole e lesioni e indomabili incontrollabili indecidibili ereditate fissità che ci fa essere quel che ineluttabilmente ed ineludibilmente siamo. Una condanna altra. Una condanna da cui parzialmente fuggire proprio attraverso quello che fa di ogni singolo individuo quel che come tale unicamente lo determina: la sua, povera tribolatissima – e grandissima in termini di pura potenzialità –  COSCIENZA. Atto di volontà racchiuso e confinato dentro tutti i tragici determinismi di cui sopra… ma pur sempre da sé DETERMINATO. Sia scelta di morte o di cruda continuazione. Sia accettazione del dolore contemplato. Sia la crudele continuazione della catena delle maledizioni dandosi ad infliggere afflizioni a sé e al mondo intorno a sé. Secondo diversi gradi di consapevolezza. Sia una scelta o un abbandono. Decidendo più o meno di morire e trascinare l’intero mondo nel proprio fatale gorgo. Sia, il dolore inflitto e agito e conseguentemente sopportato e subito, la misura della propria confessione d’impotenza. Secondo diversi gradi di consapevolezza. Prigione sia la vita oppure (almeno) sogno di (almeno provvisoria) piccola LIBERAZIONE. Dai vincoli banali propri di questa MALEDETTA VITA che in sorte (e fino alla nostra morte) ci è toccata…

E via così… Senza nulla serva a nulla. Solo frammenti di un discorso mai fatto… che se fatto o tentato nemmeno sarebbe…

Aggiorno: 21/08/2012 ore 21.24

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Serve un poco d’incoscienza (d’inconsistenza nemmeno se ne nasce, figurarsi se non se muore) per andare verso (piacerebbe attraverso, immaterialmente, come uno scemo di neutrino, ma pure si è quel cazzo d’inconsistente – appunto – nulla che si è… ) quell’oltre che c’incanta e che ci fa morire. Sentissi il ticchettio dei diti su questa vecchissima tastiera… No, inutile finzione… Tutti, ma proprio tutti se ne beano di queste ossessioni… Specie in certe inutili sessioni di amore e morte e vita varia già molto spesa e da non acquistarsi mai. Se ne ha di troppo. Se mai esiste (e certamente a modica cifra esisterà) apposita applicazione da scaricarsi con qualche triste foia, da tedio esistenziale travestita. Anche dei tardi flussi di coscienza di un ubriaco o scemo o disperato sia, se ne avrebbe a troppo. Insieme a biografie, viaggi, eroiche imprese, sapide battute, dosi letali di antipolitica, veementi tirate contro le caste e cantiche deliranti alle puttane. Non occorre ripetere all’infinito le cose per tediare oltremodo il mondo sulle stronzate oltristiche… Che fanno riferimento al solito putrefatto (nel senso di puteolente e sfatto e semovente per via di normali vermi in gozzoviglia ) ego del cazzo. Lo si è capito che a meno non sia una cosa davvero esplosiva… di stile, s’intende, ma che stile, ché oltre (quello!) al ritorno alla incomprensione, ai gesti, alle smorfie mugugnanti, agli accenni, agli sguardi, perfino agli ammicchi… No, gli ammicchi presuppongono una condivisa convenzione… Prima… Prima del rivolgimento (la posizione prona nell’accoppiamento è quel “prima”) degli occhi che si incontrano e comunicano quella comunione di dolore e di morte che è propria di quella specifica cosa… Introduzione che era e movimento fino ad un breve godimento… Eiaculazione, vita…  Chissà fino a quale altro incontro. Ma gli occhi negli occhi… Il cupo condiviso piacere… Quella scossa, quel fremito, quel brivido, quello sguardo che si perde nello sguardo dell’altro… Il tragico (sarà) inizio di una volontà… Di un reciproco accudimento mentale… Un pensiero (pur privo di parola, è il punto) dedicato a quello sguardo, a quel dolore fatto di piacere, a quel bisogno di affondare in quell’inconoscibile già appena conosciuto OLTRE quel cazzo che sussulta. Si senta. Sia il proprio o dell’altro. Attivo sia, o passivamente accolto.

Ascolto. Serve un poco d’ascolto. Stamane alla radio si parlava di Mirò che parlava d’arte e di natura: – Gli alberi hanno qualcosa di umano – concludeva.

Cazzone.

abstra2

Di rabbia e d’amore infine, noi tutti ci vestimmo. E nudi restammo come se avesse un suo senso la fiera che, febbrilmente annusando le orme delle sue fuggevoli prede, brama la ridicola sua vana vanità. Noi? Le plurime facce di un unico d’io già morto o forse mai nato che fu? Adorato d’immaginata bontà. Venerato di presunta bellezza. Idolatrato da ipotizzata coscienza. In un recinto d’arbitrio che si de_finisce “libertà”. Senza riguardo, ti prego – sussurrammo noi folli a quel corpo mitizzato eppure ormai scaduto – procedi e risolvi il tragicomico dilemma. Brutalmente e pur sorridente decidi definire questo ultimo stadio di deliri osannanti il loro campione di taglio, di taglia, di sfondamento, di stile e muto e pur esultante e pur roboante, rancore. E recidi il brandello di ultimo senso residuo. Tra noi (?) ci capiamo. Tra noi (?) siamo usi a tradirci per meglio compenetrarci. Prendendo gli uni dagli altri il poco (ma è sempre un troppo al fine scontato) che resta del quotidiano pasto di agra dura solitudine e tenerezza di complice sguardo ad un mondo magicamente imperfetto, all’ombra di un flaccido pensiero. Avanzando, dunque. Più o meno attivamente. Appassendo come fiori di carta al suo macero. S’affondò la beatitudine di singola ebbrezza bagnandosi le caviglie appena. Raccogliendo per le perdute vie delle strade perse le ninfee del vizio assurdo e pur vivido d’innocenza la più pura. Mani si toccano nella paura e nel calore di una ritrovata confidenza. Con l’Eterno. Con l’acre odore di piccola genuina Umanità. Con le domande insinuanti ed inutilmente insistenti, che andranno correttamente disertate, sul “dove si va”.  Di stenti e di paranoia si morì e – s’iniziò – di rabbia e d’amore ci rivestirono rivelando la nostra disarmata nudità.

Sfiorando l’infinito con un dito: medi(t)o, dunque sono.

ghirigori

Un tocco di grazia apparente. Un tocco di niente rappreso e compreso tra un livido cielo e una terra sconvolta. Aggirando quel piccolo senso che insorge, di normale allegria, nel mesto orizzonte della vastità della mente. Che mente, evidentemente. In quegli interstizi di vinta incompresa eventualità. Di qui. O di qua. Per vie le più impervie. Irrisolte. Agitate da un vento di spensierata stupidità. Ma ancora più dentro, o fuori, se solo si voglia spaziare, di pensiero e di accento, in condivisa militarizzata parola, a coglierne il vuoto. O il pieno, se solo si voglia traguardare il proprio ridicolo di manifesta idiozia con gli occhi di un bimbo. Di quello sguardo d’infante che riordina il caos secondo il proprio delirio appena un po’ prima della avvenuta persa innocenza. Come sempre si fa. Qui o di là. Se solo si voglia capire che ornai nulla v’è da capire se non l’incompreso palese, evidente, lampante che sfacciatamente s’impone. Un attimo prima della rivelata e rilevata coscienza. Un attimo dopo di una morte avvenuta (a_venuta). Un deprivarsi di sensi per quell’ultimo (ma sempre primo, dimenticando il passato che passa e che mai passerà) senso. Irridente. Irrisolto. Irrilevante del Tutto. Che toglie e che dà. Provvisorio. Irrisorio. Per sempre contraddittorio con la, sedimentata e pur vana, miserrima nostra e mai nostra, percezione banale. Perciò…

°°°°°°°

Incontrandoci quasi per caso fingemmo (?) non esserci mai conosciuti. Per darci un sussulto di pura perversione nel prenderci un po’ per il culo e un po’ per il nostro fatidico altrove. Fino a scambiarci un formale e pur libidinoso: « È stato un piacere questo nostro dovere ». In effetti, per personali sconcerti, prendemmo congedo da eventi più grandi (e cosa mai non lo è?) di noi. Di nuvole e piccole piogge. D’autunni silenti e brumosi. Di suoni lontani. Di giri d’uccelli all’intorno.

Stanchi, ci avviammo.

spirali 3

(in_forma di lamento tra gotico e rococò)

E dirti, ed è un dire d‘ire disperato e sgomento, fatto d’irti sogni e traditi e d’altre viltà, di ritorti ritorni a quel che si è stati senza mai essere stati davvero qualcuno o qualcosa…intorno a un luogo… a un momento… parole ed accordi in assoluti dissensi  dentro a un vuoto argomento se tale si può chiamare la vita. Se, una vita, vita  si può chiamare (nel senso di nominare oppure evocare oppure reclamare oppure invocare) . E vorrei dirti, e tu sei indefinita figura, di morto pensiero, già stato e dimenticato, tra irti sogni e traditi e l’altre viltà, in un al di qua tranquillo ed ignobile, d’ignoto di assurdo e dimenticanza, di persa speranza (di gozzianano rimpianto tra nonna Felicita e… felicità). Ma nulla è dimenticato. Si fissa in un bene infantile e ossessivo, richiamo struggente in distacchi d’affetti; in treni che s’allontanano in urlanti affollate stazioni improbabili, distratte di solitudini. Maledizioni e impotenze e tremori e distacchi di mente e di cuore mentre le mani a pregare, a implorare, a supplire un muto perdono. Che incompreso, in quanto banalmente non ascoltato, in quanto usualmente taciuto, in quanto tristemente ritenuto inutile e vano,  sarà. E dirti di questo silenzio nutrito di sentimento e parola, ripiegato in un nulla di nulla sostanza. Né mai con me né, tantomeno, giammai contro di te. Una mano che ti entra nel petto e ne estrae quell’arido cuore e pur sanguinante e pure pulsante e pure vibrante di vita residua di bruta natura e primaria ferina pulsione seppure di nulli entusiasmi mentali o spirito o d’anima o d’altre insulse eppur vitali astrattezze. Di fatti e di frasi non dette e ridette e sempre maldette. Di morte vicissitudini, di brute abitudini, di piccolitudini altre e scomposte e perditudini perse in infinite teorie a seguire e inseguire… Tra l’inferno del nostro sconcerto nel cuore. Tra carne e dolore. Tra l’inutile slancio di un breve eppur lungo momento di vacua illusione. Per vivere, nel breve tragitto che regala un sorriso o un buongiorno o un sole che spunta tra nubi in un freddo mattino. Per non morire, sapendo che tra breve, comunque, di brevità relativa, forse sfinita e sfinente, sarà; e dunque assetarsi e un sorso a sollievo di una dura fatica, un breve ristoro sotto la fronda, assaporando la brezza in un assolato meriggio di lunghissima caldissima estate. E, ovviamente, un tepore nel gelo d’una infinita caduta, lo sguardo pietrificato ed assente, il volger di spalle all’inutile offerta di pane e d’amore, affamati di pane e d’amore che siamo, che forse eravamo, che mai siamo stati. Né mai qui, né altrove. Ché luogo né tempo o momento non v’è. Perché, d’ovvia banale e scontata evenienza e casualità, mai sarà dato che il nulla a chi nulla’altro che il nulla non chiede e forse pietisce ed implora in distanza di luce e di sensi e sentimenti e risentimenti e d’altri risaputi e taciuti dolori. Non è per amore o dolce d’affetto o dedicato pensiero o tenerezza altra ed offerta e sofferta che si risparmia la vita alla infima cimice che ti minaccia l’olfatto. Così mi si risparmia. Ti dico.

È quello che sono.

riflesso

Prima della caduta. Prima erano i mattoni sbrecciati e diversamente colorati (dipende dal grado di cottura, dalla natura dell’argilla, dalle impurità, dalle ossessioni del fuochista e da chissà che cos’altro). Erano le parole corrose dalle litanie che si consumano  per tirar sera nelle estati che non perdonano. Erano i racconti che impaurivano i bambini.

E dopo il chiasso s’avvia da un insulso chiacchiericcio. Prima il tumulto dei pensieri sparsi in felice libertà quando ancora i polsi si dolgono delle stupide catene.

Dopo solo l’imbarazzo delle macerie che invadono le vie. La fatica di ripulire dai detriti la strada, gli inciampi, le cadute, il vuoto, la sorpresa, il mutare di sky-line distrae dall’oriente.

E poi dove scriveremo d’ora innanzi i nostri soffocanti ansiti di libertà? Dove disegneremo i nostri indeclinabili furori? E i nidi di passeri e  crepe rifugio di lucertole e ramarri, e dentro gli istoriati malfermi intonaci torme di blatte e di formiche e vespe…

In un tripudio di creatività virata in toponomastica. Balbettanti s’iniziano a raggiera dalla Piazza (della Libertà) verso l’esterno le altre nuove vie ( tutte della Libertà). A perdercisi. A non trovarsi più.

Di là dalla nostra grata? Oltre l’infame infinita cella che ci  definisce? In fondo al cuore d’una persona amata ? Forse in questo stanco delirio? Un luogo? Un tempo? Uno stato dell’anima? Una vuota parola fatta di parola?

La verità fu dunque rigirata e debitamente penetrata. Chi sia stato poi a goderne (lei stessa, ammesso sia mai esistita) non sapremo mai.

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continua…

Post-risposta 25/09/2009

continua…

 

continua…

continua…

Risponde una poveretta di ragazzotta di padana alla domanda scema ( siamo su Rete4 e vabbè) di cosa occorra per essere nel novero delle candidate, di quali siano i giusti requisiti per ambire, quali siano le giuste qualità per arrivare a cotanta meta ( Miss Padania! che cosa si credeva? ) - Beh - risponde l’aspirante bella_e/ma_scema, dopo un breve elenco delle 3/4 ovvie cosine e giuste e via tritando – deve essere radicata nel territorio – Dice proprio così. Usa proprio quella fortunata formuletta che va tanto adesso. Quella robetta che va su tutto, sui fritti e sui bolliti, sul pesce e su ogni salsa. Va, quel mantra, sul rosso e va sul nero sul bianco e sull’ecru. È quella roba che ti conviene te la porti in tasca che, al bisogno, sempre utile sarà. Va soprattutto nei circoli dell’ultimo pensiero. Quello che si dedica alle analisi del presente dando comunque per buona la tesi che quello che accade, visto che accade, non può che avere delle buone/ottime ragioni per accadere. Ed è più che giusto, per carità, chi può negarlo. Chiamasi regola del giustificazionismo  “a posteriori”. Che credo stia ad indicare il tempo ma anche il “luogo” dove si vanno ad infilare le ragioni della prevalenza delle ragioni date. In altri termini, alla realtà, anche, se non soprattutto, a  quella più sconcia e sgradevole bisogna comunque adeguarsi entrando ( ché un’accurata analisi evidentemente non basta )  nel contesto che l’ha generata; assumendone dunque, in una certa misura, la specifica, per quanto aberrante sia, per quanto anche solo supposta (sic!), sua connotazione.
È l’atteggiamento che da un po’ (molto ormai) di tempo a questa parte si assume nei confronti del fenomeno Lega. Quella triviale sbobba che ha trasformato quelli che un tempo erano solo degli avvinazzati discorsi da osteria e da bar sport in pensiero politico. Non che tale pensiero non trovasse, assente il catalizzatore istituzionalizzato,  una sua collocazione, no, solo che un tempo qualche freno inibitorio in più e un minimo livello di pudore lo tenevano confinato tra i borborigmi e le flatulenze del popolume brado. Stava, quasi dormiente, tanto a destra come a sinistra, nella pancia della gente. È vero che qualche volta, a destra in specie, veniva evocato per raccattare  facili consensi, tuttavia vi era una tacita convenzione a non abusarne. Le ragioni per le quali il Vaso di Pandora è stato scoperchiato sono tantissime. Di non minore importanza il potere “pedagogico” della cosiddetta rivoluzione televisiva degli anni 80 e la contemporanea calcistizzazione della politica che ha certo per protagonista ( propalatore e beneficiato, chi semina raccoglie ) il solito triste signor B. sul piano “nobile“, ma che per forza di cose ( tardivamente il ducetto ha tradotto in effetti quelle sue cause – accezione legale compresa – ad arte procurate ) la Lega per prima ha colto l’occasione di trasformare in istanze politiche. In pratica al sorgere del “nuovo” linguaggio ( quello a cui per decenza quasi mai si ricorreva ) i ” padani ” sono stati i più abili e scaltri e privi di ogni scrupolo ad appropriarsene. Raccogliendo tutta la spazzatura disponibile e trasformandola in “bisogno di popolo“. Quel che ne è seguito sappiamo. Come tutto sia poi stato interpretato, altrettanto: siccome – tautologicamente – chi vince si porta l’allure di “chi non perde”, insieme alla canottiera di Bossi, tutto il restante ciarpame che attorno a questa triste cosa andava trionfando ha assunto forma di allucinante dignità politica quando non di fascino vero e proprio di una ritrovata verace essenza d’istintualità ( quando la puzza del vincente si fa profumo di popolo). E agli analisti del “poi” non è restato che cercare pezze d’appoggio al nulla che andavano a sviscerare. Adottando quel linguaggio. Adeguandosi a quella primordiale semantica. Conformandosi a quegli stilemi vincenti. Tutto un fiorir di radici, radicamenti, terre, territori, etnie, identità, popoli, lingue, genti, tradizioni, finti miti e riti, al solo scopo di dar senso ad un vecchio e stantio stupidume destrorso riverniciato di verde ( ché il nero mal si porta_va ). E tutto un inseguire sul piano linguistico ( ergo, nella sostanza prima del fare politica )  quelle che con un minimo di distacco e di acume intellettuale lo si sarebbe lasciato al suo triste e desolante e desolato destino. Ignorando il fenomeno? Bah. Forse solo cercando di fare politica. Solo cercando di imporre il proprio di linguaggio. O, almeno, evitare con cura di adeguarsi e di supinamente aderire a quello che per sua forza propria ( sempre più facile vellicare le parti basse e ricavarne comodo consenso che non rifarsi alla ragione o alle ragioni del cuore) e per moto di vento s’era fatto nel tempo mainstream, senso comune, pensiero corrente. E quello che andava e va ancora evitato: l’uso e l’abuso delle parole “loro“, delle “loro” formule, del “loro” modo di proporsi. Non sto parlando di cose, non di valori, non di scelte che, a dirla tutta, stanno alla politica come la cornice al quadro. Sto parlando della sostanza, l’unica, che determina la percepita realtà. Sto parlando delle parole. Delle povere essenziali parole che danno senso e forma alla realtà. Sono le parole, solo le parole, l’uso che ne fai, il senso che dai loro, che, al di là dei tuoi proclami e delle tue stesse convinzioni e dei tuoi stessi comportamenti anche, rivelano quello che intimamente sei. È dunque solo per una elementare forma di igiene che occorre, appena ne senti l’eco di lontano, di quelle bolse odiose scassatissime formulette, subito chiederne e senso e ragione e spiegazione. E, alla bisogna, a chi dice e delirando va di radici, radicamenti, terre, territori, etnie, identità, popoli, lingue, genti, tradizioni, finti miti e riti, opporre di primo acchito un’alzata di spalle e un vaffanculo.
Poi ne parliamo.
Questo sotto fa parte del periodico ammonimento che non mi “posso” far mancare. Mai.

Perché non tutto è sempre dato e comunque mai per sempre. Umorali ed amorali se serve. Non per consolidate riflessioni. Solo per cambi di vento e relative sensazioni.

Dunque: è un tardo pomeriggio, sono al volante della mia macchinetta ( panda a metano – base – ) su una strada lunga e stretta che costeggia un canale. Sento dietro me l’urlo della sirena. Guardo dallo specchio e mi vedo avvicinare ad una velocità pazzesca una indefinita macchia scura. Trattasi dell’auto inseguita. Seguono una gazzella "in divisa" e un’altra auto della polizia "in borghese". Vanno tutti come pazzi. Mi scansano per un nonnulla e per un nonnulla, zigzagando su quella sottile striscia d’asfalto, riescono a scansare quel (come me) povero disgraziato che marciava in senso opposto. Passato lo spavento del momento, resta il tempo, rallentando, senza fermarsi, oltre a – accidenti mi sono trovato in mezzo a una bella scena da telefilm evvai  – di maledire quei pazzi scriteriati incoscienti criminali che pressati (diciamo così) dalla inderogabile impellenza di salvarsi il culo dalla galera non esitano a mettere il pericolo non solo la loro vita, non solo quella di chi per il mestiere non può evitarsi di inseguirli, ma anche la mia e di tutti quelli che, non per scelta, gli si parano davanti. Ebbene sì. Me ne esce un gran tifo. E sparategli alle gomme, ma anche nel lunotto posteriore, ma anche nella nuca a quegli stronzi. E fermateli in qualsiasi modo, a qualsiasi prezzo. Liberate le strade e le vie tutte e tutte le città da quelle brutte facce. Sterminateli tutti. (quei tutti, saprò poi, sono due serbi che hanno rapinato una coop di Bologna, sono scappati lungo l’autostrada, sono usciti dal casello e hanno imboccato quella stradina). Non faccio in tempo a spedire tutte le mie maledizioni, che fatti pochi km, come – senza possedere doti di preveggenza – avevo immaginato, là dove la strada termina a farsi tagliare perpendicolarmente da un’altra , quella macchina scura sembra non abbia nemmeno tentato di sterzare e s’è stampata dritta contro il guardrail. Quello che è successo poi è facilmente intuibile: i due "banditi" già malridotti dallo schianto, se ne sono scappati,  così, alla disperata, in mezzo ai campi. In breve sono raggiunti da un nugolo di poliziotti i quali mitra alla mano li bloccano. Devono essere parecchio nervosetti ( i poliziotti, intendo)  visto che una volta presi gli stanno dando un fracco di legnate. Procedo piano a finestrino abbassato. Guardo. Ascolto. E quei lamenti, quelle urla disperate che vengono da sotto quel mucchio di rugbisti in mischia m’inquietano. Senso d’angoscia e  pena e schifo anche. Cazzo. Sono gli stessi ai quali  cinque minuti prima avrei cavato gli occhi e adesso m’intenerisco a quei lamenti. Non so se è per un riflesso pavloviano che inconsciamente mi porta oltre, poco più in là, in un processo dove si dibatte di un povero ragazzo ucciso a botte nel mese di settembre quattro anni fa. Per mano dei colleghi di questi altri qua. Che fino a prova contraria stanno solo facendo il dovere loro, ed è umanamente comprensibile che, esacerbati, ci diano dentro così, anche esagerando.
Ma sto a disagio. Troppo. Non so se lo do troppo a vedere al poliziotto che dirige il traffico. Fatto sta che, incazzatiello, fa segno con la mano e grida: Vadi! Vadi! Vadi!
E io altrettanto incazzatiello gli rispondo mentre libero la strada: – non si dice vadi… si dice vada… si dice vadaaaa –

continua…

 

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  Solo uno "che non sta bene" se ne poteva uscire con quelle frasi, più adatte ad un bulletto di borgata che ad un plurimilionario Pres. del Cons. di uno degli  Stati del G8. Dice infatti il poveretto che contro di lui: solo odio e invidia. E sull’odio possiamo anche convenire. L’odio ha sicuramente una sua dignità politica da spendersi, a seconda delle opposte posizioni, sul mercato delle idee. E le idee non sono mai isolate dagli umanissimi sentimenti che le muovono.
E tuttavia metterci in sovrapprezzo, nelle normali battaglie, tutte politiche, l’invidia ( sentimento umanissimo ma non riconducibile a nessuna opzione politica in quanto tale) dice tanto sulla necessità di dovere abbassare il livello del dibattito. Si comprende bene che il tentativo di buttarla sul piano della disputa infantile è palese ( io sono bello, io sono ricco, io sono grande, io ci ho la bicicletta nuova e rossa e tu mi invidi). Rivelatore, per altro della eccessiva ed indiscussa considerazione che il tale ha di sé. Se, infatti, ci si addentrasse, in queste sdrucciolevoli questioni, con un minimo di prudenza ci si accorgerebbe subito non è conveniente, specie tra persone minimamente dotate di intelletto e di un minimo buongusto evocare quel sentimento a doppio taglio che è l’invidia. Talmente facile rispondere a uno che ti accusa di invidiarlo che, beh mi dispiace ma tu non hai nulla, ma davvero nulla, che io ti possa invidiare. Anche a un George Clooney infatti un signor nessuno può far osservare che, al di là dalla indubbia bellezza-avvenenza-fama-ricchezza-ecc che certamente possono suscitare quel tale sentimento, rimane il fatto che, magari, uno può rivendicare come cosa esclusivamente riferita a sé, a quel insignificante sé, magari l’affetto di una madre, di un nonno, di un figlio e di quella madre di quel nonno e di quel figlio che il buon George mai conoscerà; rivendicare magari il ricordo di un infanzia "speciale"  la cui specialità consista nell’essere quell’infanzia, nel suo pur infimo valore,  la propria. Insomma nessuno può dire mai a nessuno – non sai cosa ti perdi a non essere me – senza essere tacciato di idiota superbia vanesia e un po’ cogliona. Nessuno che abbia un minimo di ragionevolezza può permettersi di discutere sulla dignità e sul "valore" di una qualsivoglia vita altrui, sia pure il confronto tra Bill Gates e uno sciancato miserabile mendicante delle strade di Calcutta. Se è vero, come credo sia vero, che ognuno, nel mondo, dal più fortunato al più sfigato degli uomini, può ragionevolmente affermare che: – ho troppa superbia per invidiare gli altri e ne ho troppo poca per pensare d’essere da gli altri invidiato -  restando nei limiti della decenza, è altrettanto vero che chi tende a soffermarsi troppo sulla presunta invidia degli altri nei suoi confronti, qualche problemuccio di personalità lo rivela. In termini più spicci, quel tale, come si diceva, non sta bene. Anzi, quel tale è, e sarà sempre, un povero poveretto.

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Un povero  servo popolo che si affida al suo Signore. Oggi come ieri.  Con esiti prevedibili nel breve, ma soprattutto nel lungo, periodo. Dispiace per il Popolo. E anche – si fa per dire – per quel "povero" signore. Non perché si desideri  e nemmeno si pensi ad un nuovo " Piazzale Loreto".  Solo, dove non arriva l’Umana Ragione (che spesso anzi, trova gran piacere a farsi violare ) provvede il banale corso del tempo.

continua…

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Onirica Babele Ironica
 
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Quello che resta di un pensiero incerto che si abbrevia in un "senza stile" di rancore, che, comunque, salva "l’immediato" a discapito del pavido fiato dell’amore ( per quel che vale la parola in questo deserto di parole ), che si fa rito di contrapposte nude parvenze; sostanze insanguinate d’eterno dileggio che la superba vanità infligge all’umiliato orgoglio. Quello che resta è quel torbido sguardo senza desiderio. Maschera muta di lascivia d’abbandono e nulla più. Oltre non si procede. Troppo fango, troppa la melma delle innocenti colpe vendute al mercatino delle usate cose. Troppo fitta la boscaglia delle violate frustrazioni. Il cuore sa, ma tace. Quello che resta è questa disadorna camera con vista sull’eccelso assurdo. Quello che resta è un ansito, un sordo mugolio, un retrogusto di trattenuta tenerezza, quel po’ di leggerezza che trafigge le anime dei semplici, un languido sconforto e… forse, lacerato, un… dubbio.

continua…

continua…

continua…

continua…

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 la neve… le vie… la musica… una canzone… Giorgia… le lepri….

continua…

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Canta la Cecilia Bartoli

continua…

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Giustizia è sfatta. Tutti, sostanzialmente, assolti. Tutto come previsto. E che saranno mai tre calci nei denti o nelle reni a quei pochi cretini che si son fatti trovare dove non dovevano stare.

continua…

 

Una volta, tanto tempo fa, al mio patetico tentativo di dimostrare l’intrinseca imbecillità  degli status simbol  un tizio argutamente mi rispose: – Vedi, se adesso, davanti a questo bar, si fermasse una macchina e ne scendesse un tizio e appena sceso alzasse la gamba ed emettesse un sonoro peto, il giudizio e i commenti che ne scaturirebbero dipenderebbero dalla macchina, non dal gesto in sé. Se fosse una Fiat 850 (era tanto tempo fa) sarebbe subissato da "và via maiale!" Se fosse una fiammante Mercedes , molti, non tutti, la prenderebbero a ridere: " che razza di originale eccentrico mattacchione"-  Ne convenni. Così andava (e va, alla grande) il mondo.  A dimostrare che tutto scorre(ggia) ma che resta tutto uguale ci pensa ancora una volta quel pover’uomo che la maggioranza degli italiani ha eletto a propria – (in)degna – paradigmatica rappresentanza: Berlusconi, ovvio.  Egli si comporta come quel capotavola che, per il solo fatto d’essere lui che paga il conto, credendo d’essere un simpatico spiritoso mattacchione, scorreggia allegramente, suscitando la compiacente ( e falsa) ilarità dei suoi servi commensali.  Li infesta delle sue puzze e loro ridono. Qualcuno ride perché sinceramente ( contento lui…) divertito, altri (la maggior parte) ridono per il tipico trascinamento al riso che il riso suscita. Qualche perplesso e imbarazzato resiste un poco e poi  si lascia andare. Alla fine tutti ridono. Anche quelli distratti, anche gli ultimi che ignoravano perché là in fondo si ridesse tanto. Ovvio che se qualcuno, indispettito e offeso, si alza e se ne va, passerà come un imbecille totalmente privo di sense of humor . Ed è altrettanto ovvio che sarà una risata ( quel tipo di risata) che ci seppellirà. Tutti.

continua…

Comunque sia, godo che è un piacere. Lo so, lo so che il piacere è (sarà) breve, la fatica tanta e la posizione ridicola. Fa niente. Lo so che la mia è una temporanea infatuazione e che la tua, sotto un’apparenza di indomabile passione, si rifà, più che ad una convinta consapevolezza (tu chiamala se vuoi coscienza), alla sostanza di cui son fatti i sogni. Sì, certo, i sogni. Che il tuo sia uno stato (Stato?) onirico inconsciamente (eh beh) portato a farti credere che le cose accadano veramente al di là delle inaffidabili sensazioni che la caotica riorganizzazione ( fase REM) delle sinapsi comporta. So che, in realtà, io e il mio godere non siamo che il frutto di una grandissima illusione; di quella sorta di illusioni che, nelle menti deboli e disarmate e smarrite e sole, generano i normali sommovimenti della vita. Facilissimo passare, così, naturaliter, dal panico alle facili esaltazioni, perduti come siamo nelle terribili tempeste del nulla che ci sovrasta e che tutto fagocita. Non sono (forse) un santo e (certamente) nemmeno tu sei una santa. Nonostante tutto quel benedire, non lo sei. Inutile nasconderti quanto e quante volte ti ho francamente odiata. Per la tua boria, per le tue (in)discutibili puttanate, per essere portatrice di tantissimo del nuovo mirabile che rende migliore questo mio (?) miserabile mondo e al contempo dimostrare, nella tua anima profonda, d’essere tanto sentimentalmente stupida e cinica e stronza. Ti ho odiata per le speranze ( senza, lo ammetto, aver mai creduto né a te né in te) che con te ho viste naufragate nel mare del più vieto conformismo…

Comunque sia, godo. Inebriato dalle tue sapienti mosse. Godo abbandonato ed aggrappato al (tuo/mio – mio? – ) sogno mai sognato. Godo delle parole, della retorica dei ( finalmente – forse falsi -) buoni sentimenti. Godo. Stupidamente godo del tuo godere ( che sicuramente non lo devi a me). Godo del movimento, dell’aria nuova che si porta il vento, godo del profumo dolce del tuo acerbo momento. Godo l’immagine che non sarà. Godo del suono che non si ascolterà. Godo…

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Set 25

 

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