riflesso

Prima della caduta. Prima erano i mattoni sbrecciati e diversamente colorati (dipende dal grado di cottura, dalla natura dell’argilla, dalle impurità, dalle ossessioni del fuochista e da chissà che cos’altro). Erano le parole corrose dalle litanie che si consumano  per tirar sera nelle estati che non perdonano. Erano i racconti che impaurivano i bambini.

E dopo il chiasso s’avvia da un insulso chiacchiericcio. Prima il tumulto dei pensieri sparsi in felice libertà quando ancora i polsi si dolgono delle stupide catene.

Dopo solo l’imbarazzo delle macerie che invadono le vie. La fatica di ripulire dai detriti la strada, gli inciampi, le cadute, il vuoto, la sorpresa, il mutare di sky-line distrae dall’oriente.

E poi dove scriveremo d’ora innanzi i nostri soffocanti ansiti di libertà? Dove disegneremo i nostri indeclinabili furori? E i nidi di passeri e  crepe rifugio di lucertole e ramarri, e dentro gli istoriati malfermi intonaci torme di blatte e di formiche e vespe…

In un tripudio di creatività virata in toponomastica. Balbettanti s’iniziano a raggiera dalla Piazza (della Libertà) verso l’esterno le altre nuove vie ( tutte della Libertà). A perdercisi. A non trovarsi più.

Di là dalla nostra grata? Oltre l’infame infinita cella che ci  definisce? In fondo al cuore d’una persona amata ? Forse in questo stanco delirio? Un luogo? Un tempo? Uno stato dell’anima? Una vuota parola fatta di parola?

La verità fu dunque rigirata e debitamente penetrata. Chi sia stato poi a goderne (lei stessa, ammesso sia mai esistita) non sapremo mai.