spirali 3

(in_forma di lamento tra gotico e rococò)

E dirti, ed è un dire d‘ire disperato e sgomento, fatto d’irti sogni e traditi e d’altre viltà, di ritorti ritorni a quel che si è stati senza mai essere stati davvero qualcuno o qualcosa…intorno a un luogo… a un momento… parole ed accordi in assoluti dissensi  dentro a un vuoto argomento se tale si può chiamare la vita. Se, una vita, vita  si può chiamare (nel senso di nominare oppure evocare oppure reclamare oppure invocare) . E vorrei dirti, e tu sei indefinita figura, di morto pensiero, già stato e dimenticato, tra irti sogni e traditi e l’altre viltà, in un al di qua tranquillo ed ignobile, d’ignoto di assurdo e dimenticanza, di persa speranza (di gozzianano rimpianto tra nonna Felicita e… felicità). Ma nulla è dimenticato. Si fissa in un bene infantile e ossessivo, richiamo struggente in distacchi d’affetti; in treni che s’allontanano in urlanti affollate stazioni improbabili, distratte di solitudini. Maledizioni e impotenze e tremori e distacchi di mente e di cuore mentre le mani a pregare, a implorare, a supplire un muto perdono. Che incompreso, in quanto banalmente non ascoltato, in quanto usualmente taciuto, in quanto tristemente ritenuto inutile e vano,  sarà. E dirti di questo silenzio nutrito di sentimento e parola, ripiegato in un nulla di nulla sostanza. Né mai con me né, tantomeno, giammai contro di te. Una mano che ti entra nel petto e ne estrae quell’arido cuore e pur sanguinante e pure pulsante e pure vibrante di vita residua di bruta natura e primaria ferina pulsione seppure di nulli entusiasmi mentali o spirito o d’anima o d’altre insulse eppur vitali astrattezze. Di fatti e di frasi non dette e ridette e sempre maldette. Di morte vicissitudini, di brute abitudini, di piccolitudini altre e scomposte e perditudini perse in infinite teorie a seguire e inseguire… Tra l’inferno del nostro sconcerto nel cuore. Tra carne e dolore. Tra l’inutile slancio di un breve eppur lungo momento di vacua illusione. Per vivere, nel breve tragitto che regala un sorriso o un buongiorno o un sole che spunta tra nubi in un freddo mattino. Per non morire, sapendo che tra breve, comunque, di brevità relativa, forse sfinita e sfinente, sarà; e dunque assetarsi e un sorso a sollievo di una dura fatica, un breve ristoro sotto la fronda, assaporando la brezza in un assolato meriggio di lunghissima caldissima estate. E, ovviamente, un tepore nel gelo d’una infinita caduta, lo sguardo pietrificato ed assente, il volger di spalle all’inutile offerta di pane e d’amore, affamati di pane e d’amore che siamo, che forse eravamo, che mai siamo stati. Né mai qui, né altrove. Ché luogo né tempo o momento non v’è. Perché, d’ovvia banale e scontata evenienza e casualità, mai sarà dato che il nulla a chi nulla’altro che il nulla non chiede e forse pietisce ed implora in distanza di luce e di sensi e sentimenti e risentimenti e d’altri risaputi e taciuti dolori. Non è per amore o dolce d’affetto o dedicato pensiero o tenerezza altra ed offerta e sofferta che si risparmia la vita alla infima cimice che ti minaccia l’olfatto. Così mi si risparmia. Ti dico.

È quello che sono.