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addiario

Pensieri d'ad_dio dis_pensati da un ossimorico oximor (un massimo minuscolo…)

Archivio

Archivio per Febbraio 2014

 

Un “ancora” (un’ancora) di tempo accaduto e forse scaduto e di luoghi privati di tempo e di spazio. Lo strazio di mia solitudine. Il dolce sopravvenuto languore dell’abitudine. Di candide rose d’appunti e corone di spine.  Due gocciole appena. Sangue o rugiada o pianto o rimpianto. Chi sa? Ma è quel che sarà. Per semplice moto di stelle e pianeti e pallide lune un po’storte, assorte, contorte, distorte e ritorte. Di ritorsioni veniali affidate al ghiribizzo del cielo e degli ordinari abbandoni. Lo spirito è incerto nel nostro non più sconcio sconcerto. Vivemmo quasi felici per un momento. Per un momento morimmo persuasi, acquietati, sedati. I nostri sensi ammansiti si ritrovarono persi e irrisolti e pur quasi appagati dal nulla innocente del quale, per noia e delizia, per mesta gioia e malizia, li rivestimmo. Schiavo e padrone che, di sé, ognuno pur è. Arbitrio negato oppure emendato da cupa morale e da pregiudizio. Il vizio di perdersi. Il dono negato. Il segreto giardino dei giorni appassiti in estasi di consolate illusioni. La nuda apparenza. L’ancor più nuda sostanza. Il cazzo e la fica dei corpi allo sbando. Le anime prive d’età. Il tocco osceno e solenne, tributo d’affetto di un tramonto all’aurora, raggio di sole ad un gelido inverno, tepore e ristoro e finalmente riposo dopo un viaggio in un cuore di tenebra, si fa riservato, inibito, pudico, spaurito. Se pur, volenti e nolenti, siamo e restiamo quello che siamo. Le nostre finzioni, le nostre emozioni, le nostre immaginate e pur provate entità. Essenze di pura/impura realtà. Di umana follia vissuta tra vita e sogno di vita. Di premesse e promesse acconciate a quello che il caso ci rese. Il solito schermo, il solito scherno che riserva il sonno alla veglia, la notte al mattino, la partenza di un viaggio al ritorno. E il dolore. E i tagli nel cuore. E i tagli del cuore. Di sguardo e rispettoso riguardo. Prospettica assurda e duro il futuro nel presente incombente e pur divertente (dis- togliere e divergere e vergere e vergare e verga e vergine e virgulto e virgola e tutto il verde d’intorno…). Di verità e pietosa menzogna. D’abissi da mai confidare e luci accecanti di vulnerabile orgoglio. Visioni e illusioni. Ognuno contando i suoi giorni a venire. Ognuno nel chiuso delle sue laceranti ferite. Di pene dell’anima da condannare e mai condonare. D’incerti passi nel vuoto che ne verrà. Che ne è già venuto. Già stato. Già tutto accaduto. In un ciclo infinito di vite, progetti, ricordi, rimpianti. Perse memorie. Fibrillanti deliri d’odio ed amore, di tenerezza agghindati e immotivato rancore. Da troppa adiacenza si accede, per strade consuete di bassa infinita noiosa pianura, a conoscenza letale. Di lontananza si muore per consunzione. Noi siamo quello che siamo. Non siamo quello che siamo. Né mai lo saremo. Noi siamo i nostri giocattoli rotti. Gli interrotti appuntiti pensieri abbandonati nella cantina dei desideri di visibili stelle già spente. Siamo il divario che sta tra l’infantile disegno e la constatata amara realtà. Serena disperazione tra volontà e inazione. Tra delirio dei sensi e parole addolcite da agognata carezza e crudele. Ah, tenerezza! Infinito contrito da vana fugacità. Ché mai si fugge – e se si fugge è indarno, ah gli arcaici arcaismi per amor di fonemi – da sé, se non verso un inverso universo d’illividita utopia. Cantando tristi allegre canzoni. Tra distrazioni, sarcasmo e ironia. E mentale  atrofia. Distratti di vita e da vita che siamo. Che siamo. Che, sì, amo. Che uccida l’amore! Ché, uccide l’amore che uccide l’amore che uccide.   

E a perdere. A perderli. A non trovarli mai più. Eppure trovarli quei vuoti. Di cuore di mente e di anima or_mai derelitta. Abbandonando il relitto al suo mare. Cercando e trovando per l’attimo breve di un sogno all’incanto, venduto per un pugno di lacerate illusioni. Quel che ne resta. Che ne resterà. Che ne resterà di quei vuoti “momenti perfetti”, quando le perse solitudini, cercando rimedio a quei vuoti, nelle notti ululanti di rancori aggrumati da un infame mondo e banale, trovarono il conforto dall’inverno ed inferno del loro scontento? Di gelido sangue e del tepore veniale che le menti allo sbando trovarono in quell’insano provvisorio rifugio? Ancora, di quel rosso di sangue scritto sulle bacheche del nulla? Teneramente accucciati e silenti. Colpevoli (e forse mai consapevoli) di un atroce delitto: il perdono. Il perdono di sé. La comprensione di sé. Reietti del mondo che fummo, per nostra malinconica grazia di carne e d’affetto. Per nostra sofferta inquietudine. Per morta abitudine. Per giochi di bimbi nascosti da inconsulti livori. Gli ardori del sangue che scorre. La vena ormai rattrappita. L’impossibilità della mano tremante e maldestra a dar nuova linfa ai morenti. Coltello tra i denti, osmotiche penetrazioni, i dolci momenti interrotti da fughe di violazioni. L’io è un mostro che cerca prede per timore di sazietà. È una maschera cruda e irridente per somma di umanità. Un pesante fardello di certa affaticata vecchiezza e pur tenera età. È il disegno di vita che scarta la vita per orgoglio e sussiego. Si sposta di lato. Oltre l’angolo della visione. Come si scarta il dolce confetto intriso d’affetto dolce e intristito. E …  il tutto (di quel niente) si butta; accelerando il passo e il cammino. Per mete di quasi felicità. Per un ignoto oltre già noto. E oltre sta il plumbeo cielo. Le nuvole. Il sole. La pioggia di lacrime amare. La brezza leggera di un ansito. Dolore o piacere sia stato. Negato. Annegato tra i flutti delle tempeste dei cuori. Il sangue che pulsa. In tempie dai complicati pensieri che si sacrificano ai tempi. O nel basso ventre che richiama furore. Nei polsi costretti da rabbia e candore. Il tempo che viene che crudelmente rifiuta passato presente e futuro. Intimorito (intimo rito mai confidato), quel tempo già ri_fiutato, dalla luce che si staglia tra tenebre. Da quelle tenebre stesse che sono altra faccia d’amore e dolore. Giorno e notte. Mente (mentitrice per sua stessa essenza e forma di natura dolce e crudele) e cuore. Anima profonda e rosea tiepida carne. Nervi e sangue. Torbidi sonnolenti torpori e vivida libertà di fantasia. Il sapore della sconfitta. Con_fitta nel cuore. Il dolore della lacerazione del dardo infuocato nell’estasi di una incerta verità e pur maledetta. L’unica possibile ed accessibile. Tra sensi di colpa e colpi inferti e subiti in smisurato spudorato piacere dei sensi. Se un senso tutto questo, ed altro, l’avesse. Se un senso a quel vuoto … Se un senso a quei vuoti mai resi… Arresi, piuttosto. Arresi che tutti pur siamo ad un crudele destino. Che tutti pur siamo, fuscelli in questa tempesta,  in questo ululante vento del nord che non riconosce pietà. Che tutti pur siamo vuoti. Resi e mai resi al contempo. Che tutti pur siamo muti e mutili vuoti. Perduti e mai resi.