Un “ancora” (un’ancora) di tempo accaduto e forse scaduto e di luoghi privati di tempo e di spazio. Lo strazio di mia solitudine. Il dolce sopravvenuto languore dell’abitudine. Di candide rose d’appunti e corone di spine.  Due gocciole appena. Sangue o rugiada o pianto o rimpianto. Chi sa? Ma è quel che sarà. Per semplice moto di stelle e pianeti e pallide lune un po’storte, assorte, contorte, distorte e ritorte. Di ritorsioni veniali affidate al ghiribizzo del cielo e degli ordinari abbandoni. Lo spirito è incerto nel nostro non più sconcio sconcerto. Vivemmo quasi felici per un momento. Per un momento morimmo persuasi, acquietati, sedati. I nostri sensi ammansiti si ritrovarono persi e irrisolti e pur quasi appagati dal nulla innocente del quale, per noia e delizia, per mesta gioia e malizia, li rivestimmo. Schiavo e padrone che, di sé, ognuno pur è. Arbitrio negato oppure emendato da cupa morale e da pregiudizio. Il vizio di perdersi. Il dono negato. Il segreto giardino dei giorni appassiti in estasi di consolate illusioni. La nuda apparenza. L’ancor più nuda sostanza. Il cazzo e la fica dei corpi allo sbando. Le anime prive d’età. Il tocco osceno e solenne, tributo d’affetto di un tramonto all’aurora, raggio di sole ad un gelido inverno, tepore e ristoro e finalmente riposo dopo un viaggio in un cuore di tenebra, si fa riservato, inibito, pudico, spaurito. Se pur, volenti e nolenti, siamo e restiamo quello che siamo. Le nostre finzioni, le nostre emozioni, le nostre immaginate e pur provate entità. Essenze di pura/impura realtà. Di umana follia vissuta tra vita e sogno di vita. Di premesse e promesse acconciate a quello che il caso ci rese. Il solito schermo, il solito scherno che riserva il sonno alla veglia, la notte al mattino, la partenza di un viaggio al ritorno. E il dolore. E i tagli nel cuore. E i tagli del cuore. Di sguardo e rispettoso riguardo. Prospettica assurda e duro il futuro nel presente incombente e pur divertente (dis- togliere e divergere e vergere e vergare e verga e vergine e virgulto e virgola e tutto il verde d’intorno…). Di verità e pietosa menzogna. D’abissi da mai confidare e luci accecanti di vulnerabile orgoglio. Visioni e illusioni. Ognuno contando i suoi giorni a venire. Ognuno nel chiuso delle sue laceranti ferite. Di pene dell’anima da condannare e mai condonare. D’incerti passi nel vuoto che ne verrà. Che ne è già venuto. Già stato. Già tutto accaduto. In un ciclo infinito di vite, progetti, ricordi, rimpianti. Perse memorie. Fibrillanti deliri d’odio ed amore, di tenerezza agghindati e immotivato rancore. Da troppa adiacenza si accede, per strade consuete di bassa infinita noiosa pianura, a conoscenza letale. Di lontananza si muore per consunzione. Noi siamo quello che siamo. Non siamo quello che siamo. Né mai lo saremo. Noi siamo i nostri giocattoli rotti. Gli interrotti appuntiti pensieri abbandonati nella cantina dei desideri di visibili stelle già spente. Siamo il divario che sta tra l’infantile disegno e la constatata amara realtà. Serena disperazione tra volontà e inazione. Tra delirio dei sensi e parole addolcite da agognata carezza e crudele. Ah, tenerezza! Infinito contrito da vana fugacità. Ché mai si fugge – e se si fugge è indarno, ah gli arcaici arcaismi per amor di fonemi – da sé, se non verso un inverso universo d’illividita utopia. Cantando tristi allegre canzoni. Tra distrazioni, sarcasmo e ironia. E mentale  atrofia. Distratti di vita e da vita che siamo. Che siamo. Che, sì, amo. Che uccida l’amore! Ché, uccide l’amore che uccide l’amore che uccide.