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addiario

Pensieri d'ad_dio dis_pensati da un ossimorico oximor (un massimo minuscolo…)

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Categoria: dolori

E a perdere. A perderli. A non trovarli mai più. Eppure trovarli quei vuoti. Di cuore di mente e di anima or_mai derelitta. Abbandonando il relitto al suo mare. Cercando e trovando per l’attimo breve di un sogno all’incanto, venduto per un pugno di lacerate illusioni. Quel che ne resta. Che ne resterà. Che ne resterà di quei vuoti “momenti perfetti”, quando le perse solitudini, cercando rimedio a quei vuoti, nelle notti ululanti di rancori aggrumati da un infame mondo e banale, trovarono il conforto dall’inverno ed inferno del loro scontento? Di gelido sangue e del tepore veniale che le menti allo sbando trovarono in quell’insano provvisorio rifugio? Ancora, di quel rosso di sangue scritto sulle bacheche del nulla? Teneramente accucciati e silenti. Colpevoli (e forse mai consapevoli) di un atroce delitto: il perdono. Il perdono di sé. La comprensione di sé. Reietti del mondo che fummo, per nostra malinconica grazia di carne e d’affetto. Per nostra sofferta inquietudine. Per morta abitudine. Per giochi di bimbi nascosti da inconsulti livori. Gli ardori del sangue che scorre. La vena ormai rattrappita. L’impossibilità della mano tremante e maldestra a dar nuova linfa ai morenti. Coltello tra i denti, osmotiche penetrazioni, i dolci momenti interrotti da fughe di violazioni. L’io è un mostro che cerca prede per timore di sazietà. È una maschera cruda e irridente per somma di umanità. Un pesante fardello di certa affaticata vecchiezza e pur tenera età. È il disegno di vita che scarta la vita per orgoglio e sussiego. Si sposta di lato. Oltre l’angolo della visione. Come si scarta il dolce confetto intriso d’affetto dolce e intristito. E …  il tutto (di quel niente) si butta; accelerando il passo e il cammino. Per mete di quasi felicità. Per un ignoto oltre già noto. E oltre sta il plumbeo cielo. Le nuvole. Il sole. La pioggia di lacrime amare. La brezza leggera di un ansito. Dolore o piacere sia stato. Negato. Annegato tra i flutti delle tempeste dei cuori. Il sangue che pulsa. In tempie dai complicati pensieri che si sacrificano ai tempi. O nel basso ventre che richiama furore. Nei polsi costretti da rabbia e candore. Il tempo che viene che crudelmente rifiuta passato presente e futuro. Intimorito (intimo rito mai confidato), quel tempo già ri_fiutato, dalla luce che si staglia tra tenebre. Da quelle tenebre stesse che sono altra faccia d’amore e dolore. Giorno e notte. Mente (mentitrice per sua stessa essenza e forma di natura dolce e crudele) e cuore. Anima profonda e rosea tiepida carne. Nervi e sangue. Torbidi sonnolenti torpori e vivida libertà di fantasia. Il sapore della sconfitta. Con_fitta nel cuore. Il dolore della lacerazione del dardo infuocato nell’estasi di una incerta verità e pur maledetta. L’unica possibile ed accessibile. Tra sensi di colpa e colpi inferti e subiti in smisurato spudorato piacere dei sensi. Se un senso tutto questo, ed altro, l’avesse. Se un senso a quel vuoto … Se un senso a quei vuoti mai resi… Arresi, piuttosto. Arresi che tutti pur siamo ad un crudele destino. Che tutti pur siamo, fuscelli in questa tempesta,  in questo ululante vento del nord che non riconosce pietà. Che tutti pur siamo vuoti. Resi e mai resi al contempo. Che tutti pur siamo muti e mutili vuoti. Perduti e mai resi.

“…”

Apr 14

È di uno sporco mesto mestiere. Della sua incerta provenienza. Della sua lieta morte ove tutto trova un suo magico inebriante inizio (se l’inizio è pur sempre ridotto a fine, non vi è scampo, semmai un lieto pranzo, un frizzantino bianco, un qualche inchino, una intrepida risalita degli acidi a lambir l’esofago… brucior di stomaco… briciole di vanità… etc.., mi fermo qua… per ora… ). Senza prove, appunto. Giusto quell’indizio. Tutto si prende per buono. Anche quello da cui deriverà il gran male… il gran male nasce da un bene… (è per pudore immenso immerso in questo irrimediabile dolore che non lo chiameremo – chiameremmo – amore. Lancinante come il grido di chi desolatamente muore. Soli si muore. Per tacer di lune. Con qualche non trattenuto furore. Semmai il dissidio si dirime osservando chi si tace. Presumendo che chi si tace lo faccia da sconfitto… da chi riconosce il suo tragico fallimento… ed è in parte, solo i parte, pur così. Si tace per somma di disperazione. Per le perdutissime parole che si videro sommerse dalle urla sconnesse. Il tono alto ed implacabile stabilisce una pur malferma verità. Imprigionando l’altrui parola e vincolando questo annichilito silenzio… una parvenza di verità pure ne risulta… stabilendo odio e rancore e nessun accordo ad un reciproco ascolto…. Stabilisce uno stato delle cose. Ruoli. Ragioni. Punti di contatto e impossibilità degli stessi. Stabilisce e afferma  e ineluttabilmente fissa i codici e le modalità dei… conflitti. Altro era forse, direttamente o meno, concepibile?  Sanno – saprebbero -  mai parole darsi a un senso condiviso tra gli agguerriti (uno, agguerrito, l’altro solo vinto) contraenti?

È di uno sporco mestiere… È di determinazioni che ballonzolano sul travagliato oceano della vita. Genetica (oh, Genesi biblica ed assassinio primo e fratricida e dramma e infinita battaglia di sentimenti e sensazioni e fughe e libertà rubate e pur concesse e prese e superbia e invidia e vanità ed infinita guerra che ne seguirà…) e miscuglio di circostanze ed ereditate tare, e bivi e trivi da oltrepassare e ponti e fiumi da guadare e maledizioni tutte da seguire e da cui sfuggire e… quello che avviene… fino a quel che fummo. Prima di essere quel che siamo. Prima ancora di diventare quello sporco mesto mestiere… prima d’esserci… prima di quel ridicolo racconto…

E dunque? Assolversi? No. Nemmeno. Semplicemente quello che si può. Gli altri… i tuoi stronzi nemici, i ripugnanti antagonisti, birilli o umani siano. Semplicemente quello che si può. Uccidili. Sia tu dalla parte della ragione e del tuo marcio torto. Nessun’altri che te mai stabilirà. Non conta e per nessuno mai conterà. Uccidili. Fanne carne di porco. Cenere. Strumenti del tuo ego. Pietruzze della tua collana. Uccidili e vivi la vita che puoi. Non sta scritto che vi sia al fondo una morale. Non c’è pedagogia, morale ultima. La vita non è un film. Vince chi vince. Uccidili e vivi allegro/a o mesto/a o come ti verrà. Uccidili tutti e che non te ne resti più nessuno. Poi sarà quel che sarà. Quello che viene. Dolore o gioia o, finalmente liberazione. Tutto quello che verrà… che verrà… che verrà

Ma non giudicarli. Uccidi chi vuoi ma senza nessuno giudicare.

Giudicheresti te.

E la tua fine.

 

Aggiornamento: 25/07/2012

Evidentemente si ascolta e si assimila e tempo e demenze varie s’incaricano smerigliare il tutto: Sabato scorso m’è successo di leggere in calce ad un articolo su IL FOGLIO a  proposito delle intemperanze egolatriche del pm Ingroia una frase che in Apocalypse Now il Colonnello Kurtz rivolge al Capitano Willard: « Avete il diritto di uccidermi, ma non avete il diritto di giudicarmi »

Solo per dire che, se s’è rubato, non lo si è fatto apposta

;-)

 

Nesso FONDAMENTALE cercasi tra la vita e il dolore. Constatarlo, non bastando. Ove nel termine si alluda a ciò sui cui ci si appoggia, e forse a ciò che ci trascina a fondo. Che sia logicamente  deducibile, quella indubitabile connessione. Con le povere parole che ambirebbero a dare senso a tutto che nulla significa. Contemplando (comprese e visibili) storie banali di banali contorsioni. Fino al riconoscimento, da parte di alcuno,  e al corrispondente disconoscimento da parte di altri ( diversamente ma ugualmente interessati e coinvolti, tutti gli attori/spettatori della tragicommedia) nostra e devastata. Senza una visione d’insieme. Senza una (impossibile) terzietà (anche tecnica) che possa stabilire ragioni e torti in un qualche ambito di condivisa ragionevolezza. Se ha senso la chiacchiera intorno ad una qualche definita patologia (sofferenza)  e la distinzione spicciola tra la sua semplice manifestazione e il (quasi sempre patetico – ossessivamente, stessa radice, e ridài -) tentativo di una adeguata terapia. Il miraggio del lieto e piano dissolvimento del dolore. Tempo, se si tratta di un colpo, d’una piccola ferita, d’uno sconquasso distruttivo ma pur sempre indefinito, d’uno stato di straordinarietà. Tempo non bastante. Tempo ossessivo e ossessivamente ricorrente quando il dolore stesso ne sia lo stesso fondamento, appunto. Pratica ragione di dimenticanza e di angosciosa assillante forzosa ricordanza. Per ri-trovare e rinnovare le perse occasioni della COLPA UNIVERSALE di cui, secondo questa morbosissima vision, siamo pur tutti portatori in quanto nati. Una cella. Una calda comoda prigione che sottrae alla minacciosa, pur discutibile e discussa: RESPONSABILITÀ. Stato di eterna fanciullezza ove qualcuno provvederà a farsi carico delle noiose pratiche della vita quotidiana. Una comoda prigione per comode evasioni dal pensiero primo e ultimativo: il cazzo di VITA che ci è toccata: quell’ordinario impasto di carne ed abitudini e parole e lesioni e indomabili incontrollabili indecidibili ereditate fissità che ci fa essere quel che ineluttabilmente ed ineludibilmente siamo. Una condanna altra. Una condanna da cui parzialmente fuggire proprio attraverso quello che fa di ogni singolo individuo quel che come tale unicamente lo determina: la sua, povera tribolatissima – e grandissima in termini di pura potenzialità –  COSCIENZA. Atto di volontà racchiuso e confinato dentro tutti i tragici determinismi di cui sopra… ma pur sempre da sé DETERMINATO. Sia scelta di morte o di cruda continuazione. Sia accettazione del dolore contemplato. Sia la crudele continuazione della catena delle maledizioni dandosi ad infliggere afflizioni a sé e al mondo intorno a sé. Secondo diversi gradi di consapevolezza. Sia una scelta o un abbandono. Decidendo più o meno di morire e trascinare l’intero mondo nel proprio fatale gorgo. Sia, il dolore inflitto e agito e conseguentemente sopportato e subito, la misura della propria confessione d’impotenza. Secondo diversi gradi di consapevolezza. Prigione sia la vita oppure (almeno) sogno di (almeno provvisoria) piccola LIBERAZIONE. Dai vincoli banali propri di questa MALEDETTA VITA che in sorte (e fino alla nostra morte) ci è toccata…

E via così… Senza nulla serva a nulla. Solo frammenti di un discorso mai fatto… che se fatto o tentato nemmeno sarebbe…

Aggiorno: 21/08/2012 ore 21.24

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