Perché non tutto è sempre dato e comunque mai per sempre. Umorali ed amorali se serve. Non per consolidate riflessioni. Solo per cambi di vento e relative sensazioni.

Dunque: è un tardo pomeriggio, sono al volante della mia macchinetta ( panda a metano – base – ) su una strada lunga e stretta che costeggia un canale. Sento dietro me l’urlo della sirena. Guardo dallo specchio e mi vedo avvicinare ad una velocità pazzesca una indefinita macchia scura. Trattasi dell’auto inseguita. Seguono una gazzella "in divisa" e un’altra auto della polizia "in borghese". Vanno tutti come pazzi. Mi scansano per un nonnulla e per un nonnulla, zigzagando su quella sottile striscia d’asfalto, riescono a scansare quel (come me) povero disgraziato che marciava in senso opposto. Passato lo spavento del momento, resta il tempo, rallentando, senza fermarsi, oltre a – accidenti mi sono trovato in mezzo a una bella scena da telefilm evvai  – di maledire quei pazzi scriteriati incoscienti criminali che pressati (diciamo così) dalla inderogabile impellenza di salvarsi il culo dalla galera non esitano a mettere il pericolo non solo la loro vita, non solo quella di chi per il mestiere non può evitarsi di inseguirli, ma anche la mia e di tutti quelli che, non per scelta, gli si parano davanti. Ebbene sì. Me ne esce un gran tifo. E sparategli alle gomme, ma anche nel lunotto posteriore, ma anche nella nuca a quegli stronzi. E fermateli in qualsiasi modo, a qualsiasi prezzo. Liberate le strade e le vie tutte e tutte le città da quelle brutte facce. Sterminateli tutti. (quei tutti, saprò poi, sono due serbi che hanno rapinato una coop di Bologna, sono scappati lungo l’autostrada, sono usciti dal casello e hanno imboccato quella stradina). Non faccio in tempo a spedire tutte le mie maledizioni, che fatti pochi km, come – senza possedere doti di preveggenza – avevo immaginato, là dove la strada termina a farsi tagliare perpendicolarmente da un’altra , quella macchina scura sembra non abbia nemmeno tentato di sterzare e s’è stampata dritta contro il guardrail. Quello che è successo poi è facilmente intuibile: i due "banditi" già malridotti dallo schianto, se ne sono scappati,  così, alla disperata, in mezzo ai campi. In breve sono raggiunti da un nugolo di poliziotti i quali mitra alla mano li bloccano. Devono essere parecchio nervosetti ( i poliziotti, intendo)  visto che una volta presi gli stanno dando un fracco di legnate. Procedo piano a finestrino abbassato. Guardo. Ascolto. E quei lamenti, quelle urla disperate che vengono da sotto quel mucchio di rugbisti in mischia m’inquietano. Senso d’angoscia e  pena e schifo anche. Cazzo. Sono gli stessi ai quali  cinque minuti prima avrei cavato gli occhi e adesso m’intenerisco a quei lamenti. Non so se è per un riflesso pavloviano che inconsciamente mi porta oltre, poco più in là, in un processo dove si dibatte di un povero ragazzo ucciso a botte nel mese di settembre quattro anni fa. Per mano dei colleghi di questi altri qua. Che fino a prova contraria stanno solo facendo il dovere loro, ed è umanamente comprensibile che, esacerbati, ci diano dentro così, anche esagerando.
Ma sto a disagio. Troppo. Non so se lo do troppo a vedere al poliziotto che dirige il traffico. Fatto sta che, incazzatiello, fa segno con la mano e grida: Vadi! Vadi! Vadi!
E io altrettanto incazzatiello gli rispondo mentre libero la strada: – non si dice vadi… si dice vada… si dice vadaaaa –

continua…