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addiario

Pensieri d'ad_dio dis_pensati da un ossimorico oximor (un massimo minuscolo…)

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Tag: ridicolo
Risponde una poveretta di ragazzotta di padana alla domanda scema ( siamo su Rete4 e vabbè) di cosa occorra per essere nel novero delle candidate, di quali siano i giusti requisiti per ambire, quali siano le giuste qualità per arrivare a cotanta meta ( Miss Padania! che cosa si credeva? ) - Beh - risponde l’aspirante bella_e/ma_scema, dopo un breve elenco delle 3/4 ovvie cosine e giuste e via tritando – deve essere radicata nel territorio – Dice proprio così. Usa proprio quella fortunata formuletta che va tanto adesso. Quella robetta che va su tutto, sui fritti e sui bolliti, sul pesce e su ogni salsa. Va, quel mantra, sul rosso e va sul nero sul bianco e sull’ecru. È quella roba che ti conviene te la porti in tasca che, al bisogno, sempre utile sarà. Va soprattutto nei circoli dell’ultimo pensiero. Quello che si dedica alle analisi del presente dando comunque per buona la tesi che quello che accade, visto che accade, non può che avere delle buone/ottime ragioni per accadere. Ed è più che giusto, per carità, chi può negarlo. Chiamasi regola del giustificazionismo  “a posteriori”. Che credo stia ad indicare il tempo ma anche il “luogo” dove si vanno ad infilare le ragioni della prevalenza delle ragioni date. In altri termini, alla realtà, anche, se non soprattutto, a  quella più sconcia e sgradevole bisogna comunque adeguarsi entrando ( ché un’accurata analisi evidentemente non basta )  nel contesto che l’ha generata; assumendone dunque, in una certa misura, la specifica, per quanto aberrante sia, per quanto anche solo supposta (sic!), sua connotazione.
È l’atteggiamento che da un po’ (molto ormai) di tempo a questa parte si assume nei confronti del fenomeno Lega. Quella triviale sbobba che ha trasformato quelli che un tempo erano solo degli avvinazzati discorsi da osteria e da bar sport in pensiero politico. Non che tale pensiero non trovasse, assente il catalizzatore istituzionalizzato,  una sua collocazione, no, solo che un tempo qualche freno inibitorio in più e un minimo livello di pudore lo tenevano confinato tra i borborigmi e le flatulenze del popolume brado. Stava, quasi dormiente, tanto a destra come a sinistra, nella pancia della gente. È vero che qualche volta, a destra in specie, veniva evocato per raccattare  facili consensi, tuttavia vi era una tacita convenzione a non abusarne. Le ragioni per le quali il Vaso di Pandora è stato scoperchiato sono tantissime. Di non minore importanza il potere “pedagogico” della cosiddetta rivoluzione televisiva degli anni 80 e la contemporanea calcistizzazione della politica che ha certo per protagonista ( propalatore e beneficiato, chi semina raccoglie ) il solito triste signor B. sul piano “nobile“, ma che per forza di cose ( tardivamente il ducetto ha tradotto in effetti quelle sue cause – accezione legale compresa – ad arte procurate ) la Lega per prima ha colto l’occasione di trasformare in istanze politiche. In pratica al sorgere del “nuovo” linguaggio ( quello a cui per decenza quasi mai si ricorreva ) i ” padani ” sono stati i più abili e scaltri e privi di ogni scrupolo ad appropriarsene. Raccogliendo tutta la spazzatura disponibile e trasformandola in “bisogno di popolo“. Quel che ne è seguito sappiamo. Come tutto sia poi stato interpretato, altrettanto: siccome – tautologicamente – chi vince si porta l’allure di “chi non perde”, insieme alla canottiera di Bossi, tutto il restante ciarpame che attorno a questa triste cosa andava trionfando ha assunto forma di allucinante dignità politica quando non di fascino vero e proprio di una ritrovata verace essenza d’istintualità ( quando la puzza del vincente si fa profumo di popolo). E agli analisti del “poi” non è restato che cercare pezze d’appoggio al nulla che andavano a sviscerare. Adottando quel linguaggio. Adeguandosi a quella primordiale semantica. Conformandosi a quegli stilemi vincenti. Tutto un fiorir di radici, radicamenti, terre, territori, etnie, identità, popoli, lingue, genti, tradizioni, finti miti e riti, al solo scopo di dar senso ad un vecchio e stantio stupidume destrorso riverniciato di verde ( ché il nero mal si porta_va ). E tutto un inseguire sul piano linguistico ( ergo, nella sostanza prima del fare politica )  quelle che con un minimo di distacco e di acume intellettuale lo si sarebbe lasciato al suo triste e desolante e desolato destino. Ignorando il fenomeno? Bah. Forse solo cercando di fare politica. Solo cercando di imporre il proprio di linguaggio. O, almeno, evitare con cura di adeguarsi e di supinamente aderire a quello che per sua forza propria ( sempre più facile vellicare le parti basse e ricavarne comodo consenso che non rifarsi alla ragione o alle ragioni del cuore) e per moto di vento s’era fatto nel tempo mainstream, senso comune, pensiero corrente. E quello che andava e va ancora evitato: l’uso e l’abuso delle parole “loro“, delle “loro” formule, del “loro” modo di proporsi. Non sto parlando di cose, non di valori, non di scelte che, a dirla tutta, stanno alla politica come la cornice al quadro. Sto parlando della sostanza, l’unica, che determina la percepita realtà. Sto parlando delle parole. Delle povere essenziali parole che danno senso e forma alla realtà. Sono le parole, solo le parole, l’uso che ne fai, il senso che dai loro, che, al di là dei tuoi proclami e delle tue stesse convinzioni e dei tuoi stessi comportamenti anche, rivelano quello che intimamente sei. È dunque solo per una elementare forma di igiene che occorre, appena ne senti l’eco di lontano, di quelle bolse odiose scassatissime formulette, subito chiederne e senso e ragione e spiegazione. E, alla bisogna, a chi dice e delirando va di radici, radicamenti, terre, territori, etnie, identità, popoli, lingue, genti, tradizioni, finti miti e riti, opporre di primo acchito un’alzata di spalle e un vaffanculo.
Poi ne parliamo.
Questo sotto fa parte del periodico ammonimento che non mi “posso” far mancare. Mai.

Canta la Cecilia Bartoli

continua…